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Ciao

Benvenuta e benvenuto nel Blog di Christian Bernieri. Sei in un posto dove riflettere e rimuginare in libertà su privacy, sicurezza, protezione dei dati personali e sui fatti che accadono nel mondo, sempre in salsa privacy. Con una tempistica assolutamente randomica, con format per nulla omogenei, con un linguaggio decisamente inappropriato, senza alcuna padronanza della grammatica e della sintassi, ti propongo articoli che nessun editore accetterebbe mai di pubblicare... Divertiti.
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14 agosto 2024

Pensieri d’estate: Synlab ha rotto!

Pensieri d’estate: Synlab ha rotto!



Questo articolo riguarda il data breach Synlab ed è stato preceduto da altri sullo stesso tema:

https://bernieri.blogspot.com/2024/07/il-silenzio-degli-innocenti.html

https://bernieri.blogspot.com/2024/05/ce-no-meglio-ci-sarebbe-posta-per-te.html

https://bernieri.blogspot.com/2024/05/extinction-event.html 

(originariamente pubblicato su https://ransomfeed.it/index.php?page=blog

https://bernieri.blogspot.com/2024/05/la-sanita-deve-fare-meno-dei-dati.html 

(originariamente pubblicato su https://ransomfeed.it/index.php?page=blog

 

Ormai è una saga.




14 agosto... mi immagino un surreale dialogo interno al board Synlab:

“Chi vuoi che legga le PEC nella settimana di ferragosto?”

“Giusto! Mandiamola adesso così viene sommersa da altra fuffa, passa sotto silenzio, nessuno se ne accorge e la sfanghiamo…”

“Geniale!”


Beh, qualcuno che legge c’è.




SYNLAB: qualcosa si è rotto. 

“Annunciazione, annunciazione”, dopo un immane data breach, dopo mesi di ostinato silenzio, dopo l’invio di infinite richieste e solleciti, finalmente Synlab ha dato segni di vita, non necessariamente vita intelligente, ed ha inviato una splendida letterina che, tuttavia, non ha aggiustato le cose.

Ciascuno faccia le proprie considerazioni, le mie sono quelle di un DPO coinvolto sia a livello personale che professionale e non mi sento affatto accondiscendente.




Synlab ha rotto il silenzio?

In senso tecnico certamente sì, il silenzio è stato rotto: Synlab è uscita da uno stato di assenza totale di comunicazioni grazie all’invio di un messaggio. In questo modo non è più possibile sostenere che l’azienda sia completamente inerte.

Tuttavia esistono vari strumenti per decodificare gli eventi e la realtà che ci circonda: oltre all’atto meramente tecnico di inviare un segnale, esiste un piano semantico. In questa prospettiva il segnale, per essere tale, dovrebbe avere un significato.

Ecco, nel caso Synlab, la lettera inviata non ha alcun significato proprio: parole vuote e, certamente, prive di valore e delle informazioni attese dalle vittime del data breach.

Sempre in senso semantico, siamo di fronte ad una comunicazione priva di un vero e proprio contenuto specialmente se messa in relazione al contesto, se rapportata ai passaggi che hanno portato a questo evento. Questa vacuità genera indirettamente un contenuto e dice, più o meno, questo:  “non ce ne frega niente di ciò che ci hai chiesto. Ti rispondiamo con una supercazzola anche perchè tu sei stupido e non sei in grado di accortgertene. Inoltre ce ne fottiamo allegramente delle regole e delle leggi.”


Ho commentato ogni passaggio della risposta inviata da Synlab come glossa al documento originario.

Qui il PDF.

Nel commento non ho incluso alcuna informazione costruttiva o correzione poiché non desidero sovrappormi ai colleghi che stanno cercando di assistere l’azienda. Intravedo il loro profondo disagio.

Per non offuscare il punto di vista del DPO occorre soprassedere sui refusi e sugli evidenti problemi sintattici del testo.



Il documento è stato inviato anche in versione “brevis” come risposta a chi ha inviato una richiesta ma non risulta essere presente negli archivi Synlab. Purtroppo, questa versione è altrettanto problematica rispetto a quella più verbosa poichè conclama una menzogna: nel momento in cui Synlab prende in carico una richiesta ed invia la risposta “brevis”, si realizza un trattamento di dati personali, la loro archiviazione e conservazione, pertanto non è lecito scrivere che “All’esito delle analisi delle nostre banche dati, non risultato trattamenti di dati personali relativi alla Sua persona.”

Nei confronti di una persona i cui dati non sono presenti nei database synlab, sarebbe stato necessario chiarire che, a seguito della gestione della richiesta, i dati personali vengono trattati a tale scopo e che saranno trattati per poter dimostrare di aver adempiuto al dovere di riscontro gravante sul titolare.






Quindi sì, il silenzio è stato rotto, ma la situazione è immutata, se non addirittura peggiorata sotto il profilo comunicativo. Non ravviso alcun contenuto che risponda alle domande poste, che possa soddisfare l’esercizio del diritto di accesso ai dati, che assolva all’obbligo di comunicazione agli interessati coinvolti in un data breach.

Male, direi.

Forse sarebbe stato meglio inviare una promozione per esami diagnostici scontati o gli auguri di buone ferie: sarebbe stato un dileggio ma, per lo meno, non avrebbe aggiunto ulteriori violazioni ad una situazione già decisamente compromessa.




Synlab ha rotto le palle?

È una considerazione molto soggettiva, c’è chi ha una soglia del dolore abbastanza alta e esistono persino i masochisti. I gusti sono gusti.

Per quanto mi riguarda penso che sia stato superato il punto di non ritorno. 


Non si può fare la vittima e lamentare un elevatissimo numero di richieste, prenderlo come scusa per ritardare le risposte e poi, dopo cotanto impegnativo lavoro, inviare una comunicazione che non ha nulla di specifico… questo significa prendere per il culo la gente.


Dopo aver letto la risposta di Synlab, una persona di buonsenso e solida pazienza, a questo punto della vicenda, dovrebbe dire parole poco gradite al clero e inappropriate per una educanda svizzera.

Non penso che le sanzioni siano una soluzione e non amo le rappresaglie ma, di fronte a questo scempio e alla strafottenza dell’impunità, auspico un severo intervento da parte del Garante e farò quanto possibile per attivare e seguire da vicino il procedimento.




Dopo due domande aperte ad ogni possibile risposta, penso sia necessario fissare due evidenze fattuali:


  1. Synlab ha rotto il patto sociale violando la legge.

Le norme e le leggi hanno una precisa funzione: regolano la nostra esistenza permettendoci di essere ragionevolmente sereni nelle attività quotidiane. Il barista non ci avvelenerà utilizzando caffè mischiato a rifiuti tossici, il bancario non si intascherà i soldi che intendiamo versare sul conto corrente, l’automobile in custodia dal meccanico non verrà utilizzata dal suo garzone per andare in vacanza, il dentista ci curerà al meglio della sua arte senza espiantare un organo per rivenderlo. 

Le regole non impediscono affatto comportamenti scorretti, ma li qualifica come illeciti e chi viola le norme diventa un criminale e, pertanto, può essere denunciato, giudicato e sanzionato.


Oltre all’aspetto punitivo, esistono anche conseguenze civiche: chi viola le norme e calpesta i diritti delle persone dovrebbe essere isolato ed evitato da tutti. Spetta a ciascuno di noi aprire gli occhi per fare le scelte più consapevoli ed informate.


Il tema è stato esplorato e mirabilmente sintetizzato da Kubrick in un famoso dialogo di Full Metal Jacket:

“If it wasn't for dickheads like you, there wouldn't be any thievery in this world, would there?”

“Sono le teste di cazzo come te che al mondo incrementano la razza dei ladri, è vero o no?”






  1. Synlab ha rotto la fiducia.

Sbagliare è lecito, chiunque si può imbattere in un fornitore pettinato e patinato senza intravedere lo schifo sottostante. In questi casi il sacrificio di alcuni deve essere monito per tutti e ciascuno deve prenderne atto:  dopo che gli eventi hanno messo in luce il marcio, non è più possibile vivere spensierati perchè imbattersi nello stesso fornitore problematico diventa una scelta o addirittura una colpa. 

Oggi è necessario fare i conti con la realtà.


Per quanto mi riguarda, tutto ciò significa semplicemente depennare Synlab dalla lista dei miei possibili fornitori.

"There's no fate but what we make for ourselves"




Prosit












SEI UN PROFESSIONISTA?



SI


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NO


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02 luglio 2024

Il silenzio degli innocenti



Il silenzio degli innocenti?

No, meglio dire il silenzio e gli innocenti.

Chi sta in silenzio innocente non è dato che, per il GDPR, è illecito tacere quando si ha il dovere di informare le vittime di un data breach - Il caso Synlab




Del caso Synlab si è parlato tanto, ed è sufficiente una veloce ricerca online per trovare centinaia di articoli e contributi che sostengono ogni tesi possibile e immaginabile. Leggendo si trova di tutto, come nelle peggiori tifoserie calcistiche: chi insulta Synlab, chi la giustifica a priori, chi maledice gli hacker (che è assurdo perché non sono criminali informatici), chi criminalizza le vittime, chi ignora completamente le persone coinvolte, chi se la prende con loro, chi inveisce contro il Garante e l’assenza di misure preventive, chi dà tutta la colpa alla tecnologia… un caleidoscopio di fenomeni da baraccone.


Dopo il polverone restano i fatti che, nella loro brutale semplicità, ci mettono di fronte ad uno scenario deprimente:


  • La rivendicazione del data breach Synlab risale al 04.05.2024 (https://ransomfeed.it/index.php?page=post_details&id_post=15161 );

  • I dati sono tutti pubblicati online sia sul dark web che sul web “normale”, a disposizione di chiunque; 

  • I dati sono tantissimi, 1,5 Tera;

  • I dati sono stati scaricati già 12.000 volte (and counting);

  • I criminali o i malintenzionati hanno scaricato tutto senza troppi scrupoli e in totale sicurezza;

  • Le persone coinvolte (ricordiamolo, le vere vittime del data breach) sono state diffidate da tutti tranne che da Babbo Natale per cercare di evitare che andassero a curiosare tra i contenuti pubblicati;

  • Senza bisogno di acquisire dati personali altrui, chiunque può fare una breve ricerca nell'indice dei contenuti trafugati e andare alla ricerca del proprio nome. Basta usare la funzione Control-F nel file di testo.   Trovare il proprio nome ci dà la certezza di essere stati coinvolti;

  • Se il proprio nome non compare espressamente, diventa necessario approfondire la ricerca tra i file che non hanno una indicazione nominativa diretta ma che contengano dati personali espliciti al loro interno come le scansioni o “aaab44454.doc”;

  • Purtroppo questa lunga ricerca comporterebbe la presa visione dei dati di altre persone oltre ai propri, vittime anch’esse dell’incapacità di custodire adeguatamente i dati che sono stati perduti;

  • Per evitare di dover cercare in autonomia tra i dati oggetto di ransomware, in tanti hanno scritto sia al Garante che a Synlab con richieste di vario genere e tutte formulate in relazione ai propri dati personali;

  • Ad oggi, tutto tace.


Lo ripeto perché potrebbe sembrare un refuso: ad oggi, tutto tace.

Non una sola risposta, non un comunicato, non una pec, non un’email è stata inviata per dare riscontro a chi, preoccupato per la propria sorte, ha formalmente lamentato una intollerabile carenza di informazioni. Ovviamente posso sbagliare, sarei felice se così fosse ma di risposte, ad oggi, non ne ho intercettate né ricevute.



A proposito di silenzio, partirei da una considerazione crudele:


NELLO SPAZIO NESSUNO PUÒ SENTIRTI URLARE

Ho già scritto un articolo dedicato a cosa accade quando il data breach è talmente grave da rendere inservibili tutti i sistemi di posta. In pratica, l’azienda resta irraggiungibile e non sa nemmeno che c’è qualcuno che sta disperatamente tentando di contattarla. Non riuscire a gestire le richieste dei clienti può trasformarsi in un problema economico per mancata fatturazione,  ma non riuscire a gestire le richieste di persone coinvolte nel data breach è un vero e proprio inadempimento ed è esattamente ciò che è accaduto a Synlab.

Male, molto male… colpevolmente male!

Qui il pezzo dedicato a questo aspetto della vicenda: https://bernieri.blogspot.com/2024/05/ce-no-meglio-ci-sarebbe-posta-per-te.html 


Provo a mettere a fattor comune le domande inviate a Synlab.



SE “MAL COMUNE MEZZO GAUDIO”, IN SYNLAB GODONO COME RICCI

Un data breach va comunicato entro 72 ore al Garante. È un atto formale e costituisce un adempimento importante.

Synlab ha sicuramente inviato la propria notifica ma si è dimenticata un pezzo del puzzle: l'azienda colpita non è solo Synlab in veste di Titolare del trattamento, ma anche Synlab in veste di Responsabile del trattamento.

Eh, già…  Synlab opera anche per conto di altre aziende, altri Titolari che avrebbero dovuto fare la stessa identica notifica al Garante perché il data breach le riguarda direttamente.

Per fare alcuni esempi concreti, lo scenario riguarda le aziende che hanno affidato a Synlab la sorveglianza sanitaria dei propri dipendenti, tutte le aziende che hanno effettuato gli esami diagnostici in convenzione, quelle che hanno appaltato servizi e persino la Pubblica Amministrazione che eroga prestazioni del SSN tramite le strutture Synlab.

Sono centinaia gli enti e le aziende coinvolte, ciascuna delle quali si domanda da mesi se è stata coinvolta nel data breach. La situazione è kafkiana perché la notifica di data breach va inviata entro 72 ore da quando si ha notizia del data breach, Synlab non ha informato i suoi clienti che, pertanto, potrebbero anche sostenere di non sapere nulla. Purtroppo gli organi di stampa, i siti specializzati come Ransomfeed, ogni DPO del reame e tutti i tecnici informatici in età militare sanno benissimo che il data breach c’è stato e ha coinvolto le aziende clienti di Synlab. Diciamo che esiste una flebile speranza che i criminali informatici abbiano scaricato tutto tranne i dati della propria azienda… più che una speranza sarebbe un miracolo.

Non credo che il Garante potrà accontentarsi di un laconico “non ce l’hanno detto” per giustificare il mancato invio della notifica di data breach.


O meglio:

“Non lo sapevamo.

Non ce l’hanno detto

ma poi… chi ce lo doveva dire?”


Synlab ce lo doveva dire e non ci ha detto nulla.


Come me, centinaia di DPO hanno scritto a Synlab chiedendo informazioni al riguardo e ponendo una semplice e breve domanda: “la mia azienda, in qualità di Titolare del trattamento, è stata coinvolta dal data breach che vi ha interessati in veste di Responsabili del trattamento?”.


Silenzio.


Per chi vuole approfondire, qui tratto più diffusamente il punto del “ma chi ce lo doveva dire?” 

https://bernieri.blogspot.com/2024/05/extinction-event.html




LE VITTIME - CORNUTI E MAZZIATI

Le persone che si sono avvalse dei servizi di Synlab non hanno ricevuto alcuna informazione e non sanno se sono state coinvolte nel data breach oppure se, per qualche caso fortuito, sono stati solo sfiorati dalla tragedia.

Chi è coinvolto è preoccupato perché nei database di Synlab ci sono i dati più delicati e più preziosi di cui disponiamo, quei dati per i quali la normativa prevede cautele particolari, divieti tassativi e misure di prevenzione adeguate al loro valore. Il valore, peraltro, non va inteso in senso economico nella prospettiva del criminale, anche perché i dati sono abbastanza inflazionati. Il loro valore va misurato nella prospettiva della persona alla quale si riferiscono: una persona cosa può perdere a causa dell’abuso dei suoi dati? Può perdere la reputazione? Il lavoro? La famiglia? I clienti? La gioia di vivere?

Il GDPR prevede che “tempestivamente” e senza ritardo siano date informazioni a tutte le persone coinvolte affinché possano proteggersi, tutelarsi, mitigare i danni. A volte basta cambiare una password ma altre volte occorre prepararsi ad affrontare situazioni molto complesse e rischiose.


Nel caso più banale, si deve poter riconoscere una telefonata o una email truffa, escogitata e basata proprio sulle informazioni rubate e pubblicate online

Nei casi più complessi ci si deve riorganizzare e affrontare un cambio di vita.


Le vittime sono quindi state danneggiate dall’incapacità di custodire adeguatamente i dati e, in più, vengono trattate come persone che non hanno alcun diritto e non meritano di ricevere informazioni su ciò che sta accadendo loro.

Voglio sperare che il Garante sia pronto a sanzionare questo silenzio che, a tutti gli effetti, si configura come una violazione di un importante precetto del GDPR.




RISVOLTI OCCULTI

A proposito di danni, in molti si sono trovati di fronte alla necessità di rimediare e, come prima cosa, occorre rifare i documenti di identità compromessi dal data breach. Con la scansione della CIE si possono fare tante cose online, rubare identità, sottoscrivere abbonamenti telefonici, acquistare merci, effettuare prenotazioni, chiedere il ripristino di credenziali di accesso per conto della persona alla quale si riferiscono i documenti. Il costo materiale necessario per rifare la carta di identità non è trascurabile e, moltiplicato per il numero di persone coinvolte, è decisamente una cifra rilevante. Nessuno pagherà per questo se non le vittime, le persone che si trovano a dover affrontare da sole e senza informazioni le conseguenze del data breach.



Ho la triste sensazione che si stia insinuando un fosco pensiero, sia nelle persone che negli stessi soggetti deputati a tutelarci: se una persona può avere dei problemi a causa della diffusione di propri dati personali, in fondo in fondo, se lo merita; una persona per bene può permettersi di essere completamente trasparente; un bravo ragazzo non dovrebbe avere problemi a condividere la propria cartella clinica o il proprio esame del sangue con il resto del mondo; ben venga una norma a tutela dei dati personali ma, se capitasse di perdere la riservatezza, gli unici ad avere problemi sarebbero le persone che hanno qualcosa da nascondere.


Mi astengo dal commentare questa posizione perché rischierei di diventare scurrile, offensivo con persone che hanno la sola colpa di non disporre di un cervello funzionante. Non è una scelta, purtroppo.

Ogni regime totalitario ha sempre provato ad introdurre questo stesso concetto che ci allontana dalla natura dell’essere umano.

L’unica cosa che desidero condividere al riguardo è questa breve considerazione: i bravi ragazzi di oggi non è detto che saranno giudicati bravi ragazzi anche domani. I comportamenti virtuosi di oggi possono diventare lo stigma sociale di domani. Ciò che non suscita alcuna vergogna qui, può facilmente essere un reato altrove.



Un’altra triste sensazione riguarda le cause di questo silenzio. Temo che a Synlab siano arrivati dei consigli sbagliati. Secondo una certa scuola di pensiero, giurassica e formalista, il non sapere conviene a tutti. Ho sentito personalmente elargire questo tipo di consiglio in diverse occasioni, suggerendo alle imprese di porsi nella condizione di massima ignoranza e massima cautela e mantenere questo status il più a lungo possibile.

Secondo alcuni, la notifica agli interessati deve necessariamente seguire l’esito di un’analisi tecnica completa che accerti ogni minimo dettaglio sui dati coinvolti. Finché questa non è completa, meglio non dire nulla perché si potrebbe sbagliare, c’è il rischio di creare allarme, di falsi positivi, ecc.


Questo approccio ci allontana da ciò che prevede il GDPR che, in modo molto pratico, chiede di non ritardare le comunicazioni per non vanificare la loro vera funzione: permettere alle vittime di tutelarsi, avvisarle che potrebbero esserci tentativi di truffa ai loro danni, utilizzi di credenziali non autorizzati, ecc. 

Come DPO avrei consigliato a Synlab di fare una campagna informativa a più step, a tappeto su tutti i clienti e utenti per avvisare dell’accaduto (e non è stato fatto), successivamente, di contattare le persone più facilmente riconoscibili i cui nomi appaiono all’interno dei nomi dei file compromessi; infine, dopo adeguate verifiche, avrei suggerito di contattare individualmente le persone coinvolte ma meno visibili, i cui nomi sono, per esempio, all’interno di file scansionati o nelle immagini della videosorveglianza.


Nulla di tutto questo è avvenuto.


Aspettiamo… è arrivato persino Godot, ma Synlab non ancora.




L’ALEPH

Per quanto mi riguarda, il caso Synlab mi ha scioccato ma per un motivo inaspettato. Sì, i miei dati sono nel data breach, sì, sono anche il DPO di diverse aziende coinvolte come Titolari del trattamento… ma il motivo è un altro: grazie a Synlab ho trovato l'”Aleph” descritto da Borges nell’omonimo racconto.


Ogni DPO riflette spesso sul concetto di dato personale, sulla sua natura, su come evitare di doverlo trattare, sulle differenti tipologie, su come trasmutarlo in un dato non personale, ecc. Il Dato è quasi un’ossessione come lo potrebbe essere la pietra filosofale per un alchimista, se solo esistesse.

Nel database trafugato a Synlab è presente una tipologia di dato che non avevo ancora né incontrato né immaginato, il peggio del peggio, qualcosa di raccapricciante che mi ha fatto orrore al solo pensiero: un dato, personale, particolare cioè sensibile, relativo alla salute, giudiziario, di minore, coinvolto in un data breach, che ha perso riservatezza e disponibilità, diffuso online ad insaputa della persona alla quale si riferisce. Non esiste nulla di peggio nel mondo della data protection.


Come ogni altra, anche questa tragedia nasce da una sfortunata combinazione di circostanze: alcuni provveditorati regionali all’amministrazione penitenziaria hanno commissionato la sorveglianza sanitaria prevista per i propri lavoratori proprio a Synlab. Nei penitenziari ci sono detenuti che hanno ottenuto il beneficio di poter lavorare e, quindi, sono sottoposti a sorveglianza sanitaria come ogni altro lavoratore. Alcuni penitenziari sono riservati ai minori. Tra i detenuti si registra un’alta concentrazione di malattie sessualmente trasmissibili, di quelle con lo stigma sociale peggiore immaginabile e, in alcuni casi, sono presenti nelle anamnesi… Ecco l’”Aleph”, il punto di incontro di tutto, dove ogni cosa converge e dove ogni cosa ha la sua origine.


Nel data breach subìto da Synlab è presente questa incredibile tipologia di dato, per il quale non esiste nemmeno un nome appropriato.




L’INDIFFERENZA UCCIDE

Ecco un pensiero per chi non ha alcuna intenzione di mandare nulla a Synlab.

Alcune persone, coinvolte dal data breach, hanno manifestato un atteggiamento scettico, rassegnato, e tale da giustificare perfettamente una quiete immobile che generalmente si esplica sul divano con la TV accesa.

Più o meno l’approccio è: “anche se sono presente nel data breach, sono una persona comune mischiato a tante altre, nessun criminale informatico mi beccherà mai lì dentro”.

Io rimango sempre basito dai danni che l’esperienza ci procura. Quando è troppa ci lascia segni indelebili, quando è poca non ci permette di cogliere la complessità del mondo che ci circonda.


Ho scritto al riguardo in un recente articolo (https://bernieri.blogspot.com/2024/05/la-sanita-deve-fare-meno-dei-dati.html ) e cercherò di non ripetermi.

Purtroppo la realtà non fa sconti alle persone comuni e i criminali sono metodici, attrezzati, pazienti e inesorabili. Qualsiasi persona, annegata in un elenco di migliaia di altre persone ordinarie, sarà oggetto dell’attenzione del criminale, anzi, dei criminali, dato che i dati sono a disposizione di chiunque. Magari non accadrà subito ma fra sei o sedici mesi, appena la memoria dei recenti eventi si sarà affievolita e tutti saremo meno sospettosi. Ecco l’identikit della vittima perfetta: quella che non si sente a rischio.

Se sei nella lista delle persone coinvolte, aspettati che qualcuno bussi alla porta e, ti garantisco, non sarà una buona giornata.




FOR THOSE ABOUT TO ROCK…

Come accennato, il GDPR prevede che ad ogni richiesta di accesso ai dati (acronimo inglese DSAR) il Titolare del trattamento debba dare riscontro formale entro 30 giorni. È un adempimento, non una concessione, non è bontà d’animo e nemmeno un regalo. È proprio obbligatorio e solo in casi eccezionali la risposta può essere ritardata, motivandone le ragioni.


Se decorrono i termini senza alcuna risposta, la persona che ha inviato la DSAR può rivolgersi al Garante che provvederà a sollecitare una risposta e sanzionare per la violazione.


Inoltre, chi è coinvolto nel data breach, se non informato, può inviare una richiesta al fine di potersi tutelare. Questa non è tecnicamente una DSAR ma corrisponde all’esercizio di un altro diritto. Anche di questo è bene informare il Garante in caso di mancata risposta.


Circa un mese fa ho condiviso online una bozza per l’esercizio di entrambi questi diritti: (https://x.com/prevenzione/status/1790137659563647400 )

Chi ha effettuato l’invio, con qualunque mezzo (pec, posta ordinaria, posta tradizionale, telefonicamente), può procedere ora con un ulteriore passaggio a propria tutela: scrivere al Garante.


Denunciare i comportamenti illeciti è necessario per dare al Garante la possibilità di misurare i fenomeni. Se nessuno denuncia, per le autorità va tutto bene, la gente sta bene e non ci sono problemi. Anche per questo, per poter dimensionare correttamente le risorse a disposizione degli Enti coinvolti è necessario denunciare.


Ecco come fare:



Modo puccioso e coccoloso: Segnalazione al Garante

La segnalazione è un atto informale che il Garante può prendere in considerazione o ignorare. In entrambi i casi fa statistica e permette al Garante di agire in modo appropriato.

https://cryptpad.fr/file/#/2/file/Iw4UDQ8XXDJm5Q1glUgty7+J/





Modo rude e maleducato: Reclamo al Garante

Il Reclamo è una vera e propria denuncia alla quale il Garante deve far seguire una istruttoria ed un provvedimento (di archiviazione o sanzione)

https://cryptpad.fr/file/#/2/file/o8TH7Ls5lodH0pC6MeOqDEfB/






Ciascuno decida come meglio crede, io metto qui entrambe le bozze che, idealmente, costituiscono il secondo passaggio rispetto al primo atto di esercizio dei diritti, già pubblicato qui:

https://x.com/prevenzione/status/1790450327172325601



Prosit







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NO


Se sei arrivato fino a qui meriti un plauso. Complimenti!

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