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Ciao

Benvenuta e benvenuto nel Blog di Christian Bernieri. Sei in un posto dove riflettere e rimuginare in libertà su privacy, sicurezza, protezione dei dati personali e sui fatti che accadono nel mondo, sempre in salsa privacy. Con una tempistica assolutamente randomica, con format per nulla omogenei, con un linguaggio decisamente inappropriato, senza alcuna padronanza della grammatica e della sintassi, ti propongo articoli che nessun editore accetterebbe mai di pubblicare... Divertiti.
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14 giugno 2024

Cuora responsabilmente




La notizia del giorno riguarda Twitter e la genialata di rendere “privati” i like.


Tutti stanno parlando di questo, anche in modo meraviglioso come ha fatto Claudia (@signorina37H) in questo post.


Ho trovato analisi raffinate come la sua, purtroppo circondate da mille altre molto più grezze, ma non per questo sbagliate.


Trump, le imminenti elezioni, la vendita di like, il porno, la censura, la profilazione, i bot… tutti spunti reali e implicazioni più o meno rilevanti e gravi che si sommano definendo uno scenario complessivo che posso definire disastroso.




Ciò che sembra semplicemente una piccola modifica ha delle implicazioni gigantesche


Quelle che vedo io, come sempre, sono un po’ particolari, sottotraccia e visibili in controluce da me, come da ogni altro Dpo.


Le condivido volentieri non perché siano dirimenti, determinanti o più importanti di altre, ma semplicemente per completare il bel quadretto che stiamo tutti osservando allibiti.




Fino a ieri i like ai post su twitter erano trasparenti, vale a dire che chiunque poteva vedere chi ha premuto il cuoricino in relazione ad ogni singolo post.




Essere consapevoli di questo ha evitato molti imbarazzi perché, tanto per fare un esempio, non posso professarmi no-vax, ammesso che esistano ancora, e mettere like a i maggiori esponenti della scienza sostenitrice dell'utilità dei vaccini. Questo like metterebbe a rischio la coerenza e, con essa, la credibilità dell’utente. Stesso identico discorso per like pro o contro un politico avversario, una ideologia differente, un meme imbarazzante, un no-quellochetipare di moda, ecc.




Twitter, X se preferite, ha cambiato questa politica e ha modificato il livello di visibilità dei dettagli di goni  like trasformandolo in un semplice contatore agli oggi degli utenti, un numero incrementali senza alcun dettaglio relativo a chi appartengono quei like.




I like, come le schede di voto in un’urna elettorale.




Se penso alla trasparenza, mi viene in mente più che altro un’urna funeraria per contenere le ceneri del de cuius.




Non mi riferisco alla trasparenza dei like, sarebbe una pia illusione perchè non esiste segretezza in tal senso e chiunque premo un bottone su una app o su una pagina web sa che molte persone potranno vedere ciò che lui ha fatto. Magari non tutti, ma certamente in molti sapranno:  il gestore della piattaforma, gli amici del gestore della piattaforma e anche chiunque altro paghi adeguatamente per avere il livello di visibilità desiderato. Ciò che transita su un sistema informatico inevitabilmente perde la propria segretezza. Non esiste segretezza in Internet.


Chi non lo sa dovrebbe saperlo




La trasparenza a cui mi riferisco è quella verso l’utente che implica una distorta percezione della rilevanza delle proprie azioni.




Prima di andare in cabina elettorale mi è stato detto che il voto è segreto. Mettendo la scheda nella scatolona io so che, a posteriori, nessuno potrà verificare il voto che ho espresso. Bene, tutti contenti.




Su Twitter, fino a ieri, tutti sapevano chiunque può vedere la paternità dei  like: completa visibilità. Per questo tutti noi abbiamo espresso i like in modo intelligente in funzione del fatto che fossero pubblici.




Oggi, su Twitter, ci viene detto che i like sono “privati” e noi tutti, ringalluzziti, clicchiamo come scimmiette cliccatrici sfogandoci e recuperando il tempo perduto, manifestando con vigore il nostro appoggio a tutte le idee che ci piacciono, senza pensieri di coerenza reputazione e senza temere di dover giustificare un like discutibile




Da DPO consiglierei a Twitter di essere molto chiari sul fatto che il like non sia affatto un segreto e che il fatto che siano “privati” non ha nulla a che vedere con il meccanismo del voto in cabina elettorale.


Le persone che possono vedere i dati di ogni like sono veramente tante, i dipendenti o collaboratori di Twitter, i partner di Twitter, le società amiche o le persone amiche alle quali si agevola la visibilità concedendo arbitrariamente l’accesso ai dati, i clienti paganti, la magistratura, gli organi organi di polizia, i governi e una serie di altri soggetti che vivacchiano nell’ombra e nel sottobosco della complessità.




Sapere questo può modificare i comportamenti di soggetti particolarmente esposti ma, in genere, non cambia molto per una persona comune che continuerà a sentirsi protetto da una sufficiente ed accettabile segretezza, dovuta alla propria irrilevanza. La gente comune continuerà a sentirsi libera di esprimersi cliccando a vanvera, come se non ci fosse un domani.




Ma ecco il punto


Un domani c’è, eccome!


Cosa succederà domani, quando Twitter cambierà di nuovo idea e renderà i like nuovamente visibili e palesi?




Mi immagino Bridget Jones







Non sono ottimista e non credo che dalle parti di Twitter ci sia la finezza intellettuale e la voglia di mantenere anonimi i like espressi durante il periodo in cui sono stati resi non visibili. Le scelte sembrano più simili a quelle di un piccione su una scacchiera, non finirà bene per chi ha cliccato e "cuorato" post problematici.



Perché i like non sono mai stati segreti e non lo saranno mai quindi, a posteriori, con quattro clic, sarà sempre possibile rendere nuovamente accessibile a chiunque la paternità di ogni singolo like, anche quelli espressi in modo spensierato e disinibito, come si fa quando nessuno guarda.



L’alfabetizzazione informatica richiede questo e non si tratta di paranoia ma di consapevolezza. 

Non è in gioco il concetto di fiducia ma quello di prudenza.



Giusto ieri, mia figlia ha imparato nel modo più brutale cosa significhi dimenticare la consapevolezza e la prudenza: ha scritto nella chat di classe cose che non avrebbe dovuto nemmeno scrivere, ma nemmeno dire. Cose che è persino brutto pensare. 



Legittime o non legittime, giuste o sbagliate, le proprie idee meritano più considerazione di quella che noi stessi riserviamo loro, possono fare male agli altri, possono fare male a noi stessi.

Esprimersi è meraviglioso e necessario ed è addirittura un diritto da difendere.

Oggi abbiamo tutti in mano un microfono con il quale possiamo esprimerci ma forse non lo sappiamo ancora usare.

C’è una bella differenza tra “usare” un microfono e attorcigliarsi il suo filo attorno al collo e strangolarsi con le proprie stesse mani.



Cliccate responsabilmente, anche se twitter vi dice che i click sono “privati”



Un’ultima considerazione necessaria.

“Privati” non significa assolutamente nulla se non c’è una definizione condivisa.

Privato, segreto, riservato… non sono affatto sinonimi, sono parole di uso comune alle quali diamo tutti in significato approssimativo e confortante ma che, usate in modo malizioso, permettono di ingannare facilmente chiunque, dicendo senza dire, scrivendo senza far capire.



Avviso di twitter, versione ITALIANA



“Adesso i tuoi Mi piace sono privati

Stiamo rendendo privati i Mi piace così da proteggere ulteriormente la tua privacy. Maggiore è il numero di post a cui metti Mi piace, migliore diventerà la cronologia Per te.

OK”



Versione INGLESE

“Your Likes are now private

We are making Likes private for everyone to better protect your privacy. Liking more posts will make your “For you” feed better.

OK”












Punti per riflette.



Me lo dici, mi fai cliccare Ok ma non mi dai alcuna alternativa. Forse c’è gente che preferirebbe di no.



in ingelse, mi dici che i like sono privati per tutti ma subito dopo mi fai capire ceh sono usati per profilare i feed. Quale delle due è una bugia?



nella versione italiana mi parli di like privati e che questo viene fatto per me, per proteggere la mia privacy. Quindi mi fai pensare che i dati (metadati) relativi ai miei like non servono più e sono quindi cancellati o non acquisiti? …puzza di frottola, anche perchè subito dopo mi inviti a usare tantissimo la funzione like per migliorare la profilazione.  



il GDPR prevede che la profilazione sia consensuale, questo avviso mi fa capire che di consensuale non c’è nulla poichè twitter lo fa e basta, senza chiedere niente a nessuno.



Di nuovo, cliccate responsabilmente, anche se twitter vi dice che i click sono “privati”


Prosit









SEI UN PROFESSIONISTA?



SI


FANTASTICO! Fammi sapere come la pensi, il confronto è essenziale per migliorarsi.


Se non hai tempo per farlo, rifletti su questo: il mio contributo ti ha aiutato? Ha evitato che facessi una sconfinata figura di merda con un cliente? Ti ha permesso di fare bella figura in una riunione? Ti ha agevolato nella stesura di un parere?


bene... allora mi devi una birra.

NO


Se sei arrivato fino a qui meriti un plauso. Complimenti!

Se ti è piaciuto l'articolo, se ti ha dato spunti utili per la tua vita privata o professionale, prendi in considerazione l'idea di ringraziarmi e puoi farlo in due modi:


- Condividendo il mio lavoro sui tuoi social. Questo aiuterà altre persone

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01 maggio 2024

Pay or Consent, orientarsi tra modelli di business, dati personali e ladri di polli.

Pay or Consent - Cookiewall - Paywall - Consentwall

Orientarsi tra modelli di business, dati personali e ladri di polli.


 

L'asino di Buridano, tra consenso e pagamento
L'asino di Buridano, tra consenso e pagamento

 

PS: il 17 Maggio si svolgerà un webinar tecnico su questo argomento. Maggiori dettagli su https://www.sgst.it/in-evidenza/cookiewall




Il 17 Aprile 2024, l’EDPB, il Comitato Europeo per la Protezione dei Dati Personali, ha approvato e pubblicato un importante parere sulle pratiche di CONSENSO o PAGAMENTO. Il compito principale di questo “Garante dei Garanti” è di assicurarsi che il GDPR sia applicato in modo coerente e uniforme in tutta Europa, pertanto le sue indicazioni hanno una rilevanza notevole per orientare le aziende e gli enti di controllo.

 

Cos’è il “CONSENSO o PAGAMENTO”? 

Lo definirei serenamente come una normale pratica commerciale per la massimizzazione dei profitti che rispecchia un modello di business e le sottostanti legittime scelte imprenditoriali. Non lo demonizzerei e mi sembra abbastanza scontato che si debba ragionare in questi termini per chiunque non sia una no profit, un ente pubblico o non abbia risorse infinite.

A volte, tuttavia, il trattamento dei dati personali che queste pratiche comportano, non è esattamente legittimo.

Qui, si, scatta la violenza.

 

Nel lontano ottobre 2022, gran parte degli editori italiani, con una sincronia degna delle ferrovie elvetiche, ha adottato all’unisono i famigerati "cookie wall", introducendo modalità di accesso all’informazione basate sulla scelta obbligata tra il pagamento di un abbonamento e il consenso ai cookie di profilazione per fini di marketing.

Con una tempestività degna delle ferrovie nipponiche, Il Garante Privacy ha annunciato (qui) una rigorosa istruttoria, peraltro ribadita a più riprese (QUI e QUI).

Purtroppo, ad oggi, sembra di viaggiare in seconda classe sul rapido Taranto-Ancona e, quel che è peggio, non si intravede la meta.

Per fortuna, anche altre autorità Garanti hanno aperto istruttorie, ponendo le basi per l’applicazione del GDPR alle insidiose pratiche di “PAY or OK”, diffuse anche in altri stati membri.

In questo contesto, il documento dell’EDPB potrebbe velocizzare le istruttorie ancora aperte e favorire una definizione dei fascicoli dalle tante autorità di vigilanza, incluso il Garante Privacy.

 

Il parere non è vincolante nella stessa misura in cui non lo è mia moglie quando dice “Oggi mi piacerebbe trovare le scarpe per Figlia1 perché è cresciuta tanto”, “Domani sarebbe bello andare al mare”, “Vorrei tanto che mettessi a posto il box”.  Certamente, non c’è nulla di vincolante in questi desiderata, cosi, anche quello dell’EDPB è solo un parere, non è una sentenza né è scritto sulle tavole della legge, tuttavia sconsiglio di prescindere da esso, come dai desideri della propria moglie, a tutti coloro che hanno a cuore la propria esistenza terrena.

 

 

Ad una prima lettura, il parere 08/2024 appare estremamente analitico e metodico, passo dopo passo affronta l’intero percorso logico per arrivare a delineare criteri di valutazione ampi, adattabili a una molteplicità di casistiche. 

Nonostante il carattere generale del testo, a tratti, si ha l’impressione che l’EDPB stia pensando proprio a specifiche situazioni e che intenda parlare proprio alle singole aziende. Alcuni paragrafi avrebbero potuto tranquillamente riportare un inciso simile a “...come nel recente caso di Twitter/X" o “...esattamente come ha fatto Facebook” o, ancora, “...proprio come l’editore XYZ che monetizza ben oltre il lecito”.

 

 

Ho studiato i quasi 190 paragrafi dell’opera con una certa trepidazione, non perché mi aspettassi colpi di scena, quanto per la speranza di trovare una dissertazione su un tema a me caro: l'affermazione e la conclamazione del principio del contemperamento degli interessi. Questo principio non è vergato all’interno degli articoli del GDPR e compare citato solo in un considerando che, peraltro, pare quasi avere una funzione limitante, subordinando la protezione dei dati personali a tanti altri diritti; un considerando che, purtroppo, all’apparenza non suona come una chiavi di lettura sistematica delle norme di questo regolamento.

 

Recital #4

Il trattamento dei dati personali dovrebbe essere al servizio dell'uomo. Il diritto alla protezione dei dati di carattere personale non è una prerogativa assoluta, ma va considerato alla luce della sua funzione sociale e va contemperato con altri diritti fondamentali, in ossequio al principio di proporzionalità. Il presente regolamento rispetta tutti i diritti fondamentali e osserva le libertà e i principi riconosciuti dalla Carta, sanciti dai trattati, in particolare il rispetto della vita privata e familiare, del domicilio e delle comunicazioni, la protezione dei dati personali, la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, la libertà di espressione e d'informazione, la libertà d'impresa, il diritto a un ricorso effettivo e a un giudice imparziale, nonché la diversità culturale, religiosa e linguistica.

 

Con un pò di delusione mi sono accorto che questo principio, il contemperamento degli interessi, non viene richiamato espressamente nemmeno dall’EDPB ma lo si trova solo in modo indiretto. Peccato, perché è sempre utile ribadire questa che è la cifra stilistica fondamentale della normativa sulla protezione dei dati personali, così inclusiva, così flessibile e così capace di abbracciare ogni esigenza, ogni punto di vista ed ogni interesse: sia l’interesse economico di chi fa impresa, sia l’interesse fondamentale al rispetto della propria riservatezza, sia ogni altro diritto come quello di accesso all’informazione, alla partecipazione al dibattito pubblico, alla presenza online degli individui ecc.

 

A parte questo elemento, forse un po ideologico, ho comunque annotato il testo per distillare una sintesi e mi sono accorto che non è facile poiché è estremamente ricorsivo e, spesso, le differenze tra un paragrafo e l’altro sono minime e potrebbero essere qualificate come “sofismi” da un lettore non interessato a cogliere le sottigliezze.

 

La sintesi che tutti si aspettano è molto banale: cosa si può fare, cosa non si può fare, chi ha sbagliato e chi ha fatto bene. L’ho trovata un po ovunque sul web, naturalmente ho provato a scriverla a modo mio ma senza riuscire a trovare una formula soddisfacente. Ormai so che, in questi casi, devo chiudere tutto, fare altro per un paio di giorni e, dopo aver elaborato e digerito in background i vari pensieri, aspettare che scatti qualcosa nella testa.

 

Per fortuna è successo e, finalmente, è scomparso quel ronzio di fondo che solo io sentivo e che mi faceva apparire stonato e assorto agli occhi di familiari, amici e colleghi.

D’un tratto mi è tornato alla mente un brillante passaggio  di “La Coscienza Parla“ di Ramesh Balsekar:

 

Due giovani monaci studiavano in seminario, ed entrambi erano incalliti fumatori.

Il loro problema era: “Posso fumare mentre prego?”

Non riuscendo a risolverlo, decisero di rivolgersi ai loro superiori. Più tardi, uno chiese all’altro che cosa gli aveva detto il superiore.

“Sono stato rimproverato aspramente solo per aver parlato del fatto” , disse il primo. “Ed il tuo superiore, cosa ti ha detto?”.

“Il mio fu molto compiaciuto” , disse il secondo. “Mi ha detto che facevo benissimo. Ma dimmi, che domanda gli ha fatto?”

“Gli ho chiesto se posso fumare mentre prego.”

“Te la sei voluta tu. Io gli ho chiesto: posso pregare mentre fumo?”

 

 

Né il fumo, né la religione o la preghiera sono affrontati dall’EDPB nel parere 08/2024, tuttavia sarebbe stato forse opportuno includere nelle valutazioni anche alcuni differenti punti di vista o cambi di prospettiva che, mi pare, non sono stati presi in debita considerazione, indebolendo il parere.

L’approccio dell’EDPB mi ricorda vagamente quello del superiore in seminario, da prima austero e poi addirittura compiaciuto per la medesima circostanza, semplicemente illustrata nella giusta prospettiva.

 

Proviamo a riscrivere la storia dei due seminaristi in salsa data protection:

 

I DUE CMO e il DPO.

Due giovani Chief Marketing Officer, avevano lo stesso problema:

Il loro problema era: “Posso profilare gli utenti mentre usano il mio sito?”

Non riuscendo a risolverlo, decisero di rivolgersi ai loro DPO. Più tardi, uno chiese all’altro che cosa gli aveva detto il DPO.

“Sono stato rimproverato aspramente solo per aver parlato del fatto”, disse il primo. “Ed il tuo DPO, cosa ti ha detto?”.

“Il mio fu molto compiaciuto”, disse il secondo. “Mi ha detto che facevo benissimo. Ma dimmi, che domanda gli ha fatto?”

 

“Gli ho chiesto se potevo profilare gli utenti del sito.”

“Te la sei voluta tu. Io gli ho chiesto: posso allargare il numero degli utenti del sito che non profilo?”

 

 

Ho letto questa storiella a mia figlia e, al termine,  mi fissava con gli stessi occhi di un cerbiatto in autostrada che vede gli abbaglianti di una macchina in arrivo.

Ovviamente non è colpa sua, dipende da me e dai miei processi mentali ingarbugliati ed ermetici. Proverò con la gamification che va tanto di moda.

 

Proviamo, dunque, a giocare ad un nuovo gioco: il Fanta-Garante (Fantagarante.com). Poniamo alcune domande fondamentali in due modi differenti ed immaginiamoci come la prenderebbe il Fantagarante, anche per capire se il giudizio dell’EDPB é solido, coerente e applicabile a diverse fattispecie, a prescindere da come vengono descritte.

 

 

SOCIAL NETWORK “ICCHESE”

Fanta-Garante 

Caro Fantagarante, il mio sito è fighissimo e grazie all’esperienza maturata spremendo, hem, servendo milioni di utenti, abbiamo anche capito come renderlo migliore, più utile, più appetibile. Siamo certi che adesso possiamo attivare queste caratteristiche “premium” e faremo il botto. In parallelo, per incentivare la gente al passaggio, li riempiamo di pubblicità insulsa, di noiosi popup da chiudere e magari introduciamo qualche bella limitazione… Possiamo?

Tu sei scemo nella testa!

😡

Caro Fantagarante, il mio sito premium è fighissimo, guarda che roba. Mi dispiace quasi che non possa essere una risorsa accessibile a tutti e che le masse si debbano accontentare della versione base. Cosa ne dici se apriamo l’accesso a tutti, gratuitamente, togliendo magari solo alcune funzioni evolute che lasciamo a pagamento oppure, per rientrare dei costi, aumentiamo la pubblicità? Magari anziché proporre pubblicità, casuale che da fastidio a tutti, potremmo proporre pubblicità contestualizzata che possa essere interessante per chi la vede… magari possiamo proporre meno pubblicità ma selezionata meglio se ci autorizzano a fare un minimo di profilazione. Possiamo?

WOW, splendida idea.

🙂

 

 

 

 

SOCIAL NETWORK  “FEISBUC”

Fanta-Garante 

Caro Fantagarante, il mio sito è molto apprezzato, al punto che abbiamo il consenso di ogni utente per ogni cosa che facciamo. In realtà non ne avremmo nemmeno bisogno perchè la profilazione era una feature prevista dal contratto e parte del servizio ma, vabbè, ti sei innervosito, ci hai sanzionato e allora l’abbiamo tolta dai ToS. 

Però la gente ci ama e desidera di cuore la profilazione, guarda, quasi tutti ci stanno dando il consenso per riaverla. Dato che sappiamo che sei un po pignolo, vorremmo dare agli utenti un'alternativa e riuscire a profilar… hem, a garantire l’accesso anche a chi proprio non vuole darci il consenso. Abbiamo pensato alla versione a pagamento. Con la profilazione e la pubblicità facevamo 50€/mese ad utente, quindi direi che possiamo far pagare l’abbonamento sui 30€ e mantenere pubblicità non profilata, così rientriamo e facciamo anche un po’ di margine in più.   Ti piace l’idea?

Ma manco per sogno

😡

Caro Fantagarante, il mio sito è veramente apprezzato, usato da tutti in tutto il mondo. Chi non lo usa è considerato asociale, ma le persone stanno dando sempre più valore alla propria privacy e fanno scelte strane che non capiamo.

È incredibile perchè ci negano il consenso e tollerano valanghe di pubblicità assurde al posto di poche pubblicità mirate. Padroni di gatti che vedono solo pubblicità di cibo per cani, gente con la macchina che vede fissanti per dentiere. Forse sono stati spaventati da chi ha utilizzato male strumenti come il consenso, i cookie banner e da chi tratta i dati illecitamente.

Ci piacerebbe tanto poter rasserenare gli animi e soddisfare tutti, non escludere nessuno e vedere gente felice ma, senza consenso, non ci azzarderemmo mai a profilare gli utenti quindi avremmo pensato a questo:

spieghiamo bene che il consenso serve più a loro che a noi e che è fondamentale per migliorare la loro esperienza in rete.

Inoltre, per quelli che hanno “la fisima della privacy”, possiamo anche eliminare la pubblicità a fronte di un equo compenso. Saranno quattro gatti ma li rispettiamo.

Che ne dici, procediamo?

Bravi, così si fa!

🙂

 

 

 

 

EDITORE  “ColCairoCheNonTiProfilo” 

Fanta-Garante 

Caro Fantagarante, non ho capito perchè stiamo a perdere tempo, l’informazione è garantita dalla costituzione e noi svolgiamo una funzione pubblica. Si, dovrebbe farlo lo Stato ma non è capace, figurati che delega noi e con quei quattro spicci di contributi che ci da pretende pure che scriviamo sempre bene del governo. Lipossino… Comunque, tagliamo corto che è meglio: come sai, lo fanno tutti, cani e porci, fanno pure di peggio. Se solo noi decidiamo di smettere e non incassiamo più denaro, ci sbranano, prima dovremmo licenziare tutti, poi dovremmo chiudere proprio. Di che stiamo a parlà?

Ah, dimenticavo, se ci togli la pubblicità, la colpa sarà tua e lo faremo sapere a tutti. Se ci impedisci di far pagare il servizio, la colpa sarà sempre tua. …e tu non ci puoi fare niente. E’ la stampa bellezza. Ci siamo capiti?

Mentre parlavi sono morti tre DPO.

😡

Caro Fantagarante, questi siti sono sempre stati gratuiti ma siamo in un periodo di vacche magre e la gente non viene più sul sito perchè trova i titoli anche su google news. Pochi leggono i contenuti ma quelli sono il nostro valore aggiunto ed è li che diamo un prodotto di qualità, che peraltro costa molto. Non sappiamo per quanto riusciremo a farlo perchè c’è ChatGippittì che ci ruba il mestiere, ma questa è un’altra storia.

 

Vorremmo fare così:

1. offriamo i titoli gratis, a tutti, magari anche la prima pagina;

2. offriamo alcuni articoli a tutti, due al giorno, gratis, ma per farlo dobbiamo poterli riconoscere e tracciare con le registrazione al sito o con i cookie tecnici. Metteremo delle pubblicità non profilate, magari basate sul contesto della pagina o l’argomento dell’articolo, per fare in modo che non siano inappropriate;

3. chi ci apprezza e vuole leggere di più si potrà abbonare al costo che è sempre stato questo, in linea con il mercato, quindi non speculiamo;

4. per garantire accesso a tutti, anche ai meno abbienti, possiamo proporre profilazione e pubblicità mirata chiedendo il consenso. In questo modo, con almeno 200 pubblicità al mese per ogni utente, possiamo avere lo stesso incasso dell’abbonamento e limitiamo le perdite;

5. come opzione, se l’utente acconsente a questa ulteriore opzione, vendiamo la sua profilazione in un network ma solo con mille mila partner selezionati.

 

Siamo convinti che gli utenti premieranno queste scelte e decideranno di aiutarci, acconsentendo a tutti i trattamenti.

WOW, magnifico, merita un articolo pubblicato dietro paywall.

🙂

 

 

Bello questo giochino, devo farci un sito: il FantaGarante.com    Ooops, l’ho fatto!

 

Facezie a parte, l’EDPB ci ha regalato alcuni passaggi importanti che dovranno essere valutati anche alla luce di recenti fantasiose teorie, frutto di notti insonni e digestioni problematiche di qualche professionista del settore.

 

IMHO, il passaggio che farà più rumore, che darà più fastidio e che si cercherà in tutti i modi di ignorare è questo:

 

L'EDPB desidera ricordare

innanzitutto che i dati personali

non possono essere considerati

un bene commerciabile.”

(Mi dispiace, questo è il carattere più grande che ho a disposizione.)


Inoltre richiama direttamente le linee guida EDPB sull'articolo 6, paragrafo 1, lettera b), del GDPR, paragrafo 54 già ben noto e già ampiamente ignorato.

(paragrafo 130)

 


Con identico accento, l’EDPB dice, ancora: “Per quanto riguarda l'imposizione di un costo per l'accesso alla versione "alternativa equivalente" del servizio, l'EDPB ricorda che i dati personali non possono essere considerati alla stregua di un bene commerciabile e i responsabili del trattamento dovrebbero tenere presente la necessità di evitare che il diritto fondamentale alla protezione dei dati si trasformi in una caratteristica che gli interessati devono pagare per poterne usufruire.

(sintesi iniziale)

 

 

E di nuovo nelle conclusioni, L'EDPB ricorda che i dati personali non possono essere considerati alla stregua di un bene commerciabile e le grandi piattaforme online dovrebbero tenere presente la necessità di evitare che il diritto fondamentale alla protezione dei dati si trasformi in una caratteristica che gli interessati devono pagare per goderne. Pertanto, l'offerta di (solo) un'alternativa a pagamento al servizio che include il trattamento a fini di pubblicità comportamentale non dovrebbe essere la via da seguire di default per i responsabili del trattamento.

(Paragrafo 180)

 

 


KABOOM! 

È una bomba atomica, un elefante rosa a pois proprio nel mezzo della stanza.

Da tempo, tanti hanno fatto finta di non vederlo ma, accidenti, è proprio li!

Panico

Orrore

Eresia

Cacciateli via

E adesso, dopo aver elaborato il lutto, cosa si fa?

Personalmente, come DPO, non mi scompongo più di tanto poiché ho sempre sostenuto la stessa cosa.

Al contrario, chi ha basato un intero modello di business sulla speranza che i dati potessero essere il nuovo petrolio, probabilmente, dovrà incominciare a pensare ad una riconversione industriale, un po’ come è accaduto a chi costruiva mine antiuomo, ai cacciatori di cuccioli di foca, ai boscaioli amazzonici, ai sotterratori di rifiuti tossici, agli spacciatori di mondi artificiali.

Anime candide, non è nemmeno tutta colpa loro. Ho sentito illustri componenti di Autorità Garanti affermare proprio questo, che i dati fossero il nuovo petrolio.

 

 

Non è finita.

 


Anche dicendo che “La protezione non si trasformi in una caratteristica che gli interessati devono pagare per godere, o in una caratteristica premium riservata ai ricchi o ai benestanti.” l’EDPB esprime un concetto abbastanza diretto. (Paragrafo 132)

 

Un passaggio è certamente stato scritto pensando al Real Time Bidding (RTB), le pubblicità contestuali, e alle infinite collezioni di selezionatissimi partner che infestano i network della profilazione online: “quando si creano e si arricchiscono i profili degli utenti che vengono utilizzati per la pubblicità comportamentale, i profili dovrebbero essere cancellati dopo la revoca del consenso e non dovrebbero essere trattati, anche per un'altra finalità basata su una base giuridica diversa, tranne quando i dati personali sono trattati per un'altra finalità con una base giuridica valida fin dall'inizio.” 

Sarà bellissimo osservare i campioni di arrampicata sugli specchi provare a tirare avanti ancora un po, fino alla conflagrazione.

 

 

Infine, ho apprezzato che l’EDPB si sia spinta su un terreno minato che si incontra quando si aggancia l’erogazione di una prestazione contrattuale ad un consenso. Chi si occupa di protezione dei dati personali sa bene che, volendo poter contare su contratti validi, efficaci e gestibili, mai nella vita bisognerebbe vincolare un contratto a qualcosa di liberamente e arbitrariamente revocabile, come il consenso. Se il consenso è necessario per erogare le prestazioni e se questo consenso viene revocato, le parti si possono trovare in situazioni decisamente imbarazzanti, il contratto stesso inizia a traballare e i suoi effetti sono vaporizzati da una semplice parolina… “revoco il mio consenso”.

Immaginiamoci , per esempio, un abbonamento a metà prezzo se sottoscritto associato ad un consenso qualsiasi… l’utente si può essere impegnato ad un anno di abbonamento ma, revocando il suo consenso dopo il secondo mese, crollerebbe l’intero castello contrattuale e con esso il sinallagma, le prestazioni, le reciproche obbligazioni. Puf, svanito tutto!

Anche l’EDPB attorno ai paragrafi 171 e 172 tocca questo tema facendo capire molto bene perchè quando un trattamento è funzionale ad un contratto, è sbagliato basarlo sul consenso. Del resto, basta la normale applicazione del GDPR e del suo articolo 6 per capire che se un trattamento è necessario per l’esecuzione di un contratto, è sbagliato chiedere un consenso. Il consenso, oggi, è una base di legittimazione residuale: una brutta bestia, difficile da gestire, molto insidioso per il titolare. Sconsigliabile.

 

 

Chiuderei questa analisi con un’ultima chicca proposta dall’EDPB, un po’ nascosta e compressa negli ultimi due paragrafi del documento (177 e 178), il rinnovo del consenso.

Ma quanto dura il consenso? Sbiadisce nel tempo? Smette di rappresentare la volontà dell’interessato? Quando perde validità?

 

Sono domande importanti e sono tutte scritte su un altro elefante nella stanza.

 

Il GDPR non specifica alcun termine per la durata del consenso e questo ha permesso alla fantasia di galoppare libera e a imprenditori malconsigliati di fare danni inenarrabili.

Questo tempo di validità, purtroppo, dipende dalle aspettative dell’interessato e, per valutarlo, è necessario mettersi nei panni del cliente/utente/visitatore/pollodaspennare.

 

L’EDPB si spinge oltre suggerendo una tempistica definita, ragionevole, adeguata, diciamo pure un desiderata incidentalmente inserito alla fine di un parere non vincolante… una cosetta da nulla:

 

"Nel contesto della pubblicità comportamentale, considerando l'intrusività del trattamento, un periodo di tempo limitato durante il quale il consenso rimane valido, come ad esempio un anno, sembra appropriato."

 





GAME OVER

 

Auguri a tutti gli amici data broker, ai network di selezionatissimi partner e naturalmente a chi ha sempre fatto finta di non capire.














Se interessa il parere del EDPB, tradotto in italiano maccheronico e annotato con mie sottolineature, eccolo: SCARICA QUI




 



SEI UN PROFESSIONISTA?



SI


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Se sei arrivato fino a qui meriti un plauso. Complimenti!

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